Due TorriDue Torri - L’ospitalità come tradizione di Famiglia
English language versionEnglish Due Torri - Albergo boutique a San Serverino: sito web italianoItaliano
login
News

RECANATI

Su un alto colle, tra le valli del Potenza e del Musone, si eleva Recanati. Il panorama è vastissimo tra i più belli delle Marche. Il Comune sorse nel XII secolo, per difendere gli abitanti dalle scorrerie degli osimani. Una volta unita la sede episcopale a quella di Loreto, nel 1592, l’ importanza del centro scese rapidamente.

Recanati, città natale del grande poeta Leopardi, è ricca delle sue memorie, che non permettono certamente di fare una visita veloce della città. Anzi per riuscire a coglierne le particolari atmosfere attraverso una precisazione dei luoghi individuati dal poeta, occorre rileggere qualcuna delle sue liriche più famose, così da potersi perdere tra i luoghi cantati dal poeta: il Colle del"Infinito, la Piazza del Sabato del villaggio, la torre del passero solitario, la casa di Silvia. Da vedere, inoltre, il Palazzo Comunale, al suo interno la Sala degli stemmi, l"Aula Magna, dal luminoso soffitto; il Palazzo Leopardi dove giungono, in maniera riverente e commossa, tutti coloro che sono stati colpiti dalla poesia leopardiana.

 

Recanati

CINGOLI

La Città di Cingoli è giustamente soprannominata il "Balcone delle Marche" per la sua singolare posizione geografica. Fondata nel II secolo a. C. fu distrutta dai Goti e Longobardi e diventò libero Comune nel IX sec. La città ha dato i natali a papa Pio VIII della famiglia Castiglioni. Da vedere la Cattedrale seicentesca, il Palazzo Municipale del XII secolo, restaurato durante il Rinascimento, il Museo Civico, la chiesa di S. Benedetto dove è conservata una tela di Annibale Carracci e ancora le chiese di S. Esuperanzio e di S. Sperandio, la Pinacoteca, il Museo Archeologico e la zona archeologica.

 

Cingoli

CAMERINO

E’ Città di grandi tradizioni, deve la sua fama alla signoria dei da Varano, durata trecento anni, e alla fiorente Università. Qui nacquero i pittori Arcangelo di Cola, Giovanni Boccati e Girolamo di Giovanni, i quattrocenteschi che segnarono le arti figurative non solo a livello marchigiano. La visita può iniziare dalla Rocca, poi alla chiesa di S. Maria in Via, al Duomo ricostruito nel"800 e al Palazzo Ducale del XV sec., al Palazzo Arcivescovile con il Museo Diocesano dove la "Madonna in gloria" del Tiepolo è certamente il capolavoro più ammirato. Non va trascurata la ricchissima Pinacoteca e Museo Civico e la chiesa romanico-gotica di S. Francesco.

 

Camerino

ASCOLI PICENO

E’ città di indiscutibile bellezza. Suggestivi scorci, palazzi, ricchi musei e la celebre piazza del Popolo, elegante salotto cittadino, meritano certamente una visita accurata. Il cuore del"abitato è rimasto intatto e segue "impianto tipico romano. La città romana si amalgama agli edifici romanici e medioevali. Ascoli Piceno è ricca di torri possenti, ne contava duecento, di eleganti palazzi rinascimentali e di chiese. Segnaliamo il Duomo medioevale dedicato a S.Emidio, martire cristiano e patrono della Città, che custodisce un grande polittico di Carlo Crivelli, il Battistero ottagonale del XII secolo, il Palazzo Comunale, con la bella facciata barocca, dove è ordinata la Pinacoteca Civica con opere del Crivelli, e Alemanno, di Cola del"Amatrice e Simone

 

Ascoli

San Severino Marche

UN GIOIELLO DA SCOPRIRE

Piazza del Popolo

Dopo l’intensa vita del municipio romano di Septempeda, preceduta dall’esperienza della civiltà picena che qui ha lasciato fra le sue più vistose testimonianze, la città rinacque a poca distanza sulla cima del colle denominato Montenero sottoforma di castrum medievale intitolato al locale Vescovo Severino vissuto nel VI secolo. Dal boom economico-sociale del Due-Trecento si formò alle pendici del colle un borgo che in poco tempo diverrà la vera città. Tutto ciò è evidente nell’impianto urbano di San Severino che comprende entro le mura il Montenero, dove la distribuzione degli abitati mantiene fede alla vera urbanistica medievale, con casupole sparse intervallate da orti ricavati su terrazzamenti e in posizione dominante, sulla sommità del colle, gli edifici del potere pubblico ed ecclesiastico. In piano, alle pendici, un’ampia platea per il mercato spinta il più possibile vicino alla via di comunicazione del fiume Potenza che solca la valle, lungo il quale sorsero i borghi manifatturieri di Cesalonga, Conce e Fontenuova. Sarà solo dal Cinquecento che la nobiltà feudale, appena inurbata dai numerosi castelli che ancora si conservano nel contado, costruì i propri splendidi palazzi nella piazza del mercato, dove svolgeva le sue attività il popolo. Nello spazio fra l’area commerciale della piazza ed i pendii del colle, si conserva ancora il tessuto urbano costituito da viuzze e casupole, affastellate le une alle altre, che per prime si aggrapparono alle mura del castello cercandovi protezione (forte è la suggestione popolaresca nell’immaginario dei severinati su questo quartiere, soprattutto su Piazza Padella, così detta per la sua stravagante forma).

Angelli

Piazza del Popolo Galleria d’Arte Moderna in Palazzo Comunale, Teatro Feronia

La monumentale Piazza del Popolo è non a caso considerata una delle più belle delle Marche. Particolarmente suggestiva la sua forma a fuso, che dall’interno si percepisce come un ellisse, nata quando, all’inizio spontaneamente, si crearono due pance al tracciato viario che dal castello scendeva in direzione del corso del fiume. La nobiltà del suo aspetto dipende dai tanti palazzi nobiliari porticati che vi si affacciano, il più magniloquente dei quali è quello comunale costruito qui nel settecento in sostituzione del palazzo pubblico medievale che si trovava al castello. Al piano nobile, in splendide sale d’epoca, fra le quali il ricchissimo Salone Consiliare, si trova la Galleria d’Arte Moderna costituita dalle numerose opere del pittore severinate Filippo Bigioli che nel primo Ottocento ebbe grande successo nell’aristocratica Roma papalina. Vicino alla Torre dell’Orologio sorge il Teatro Feronia, gioiello dell’architettura teatrale marchigiana, opera di Ireneo Aleandri, architetto severinate che costruirà l’imponente Arena Sferisterio di Macerata. Particolarmente prezioso il sipario storico del teatro, dipinto su bozzetto del Bigioli.

Teatro

Pinacoteca Civica

È una delle raccolte d’arte antica più preziose e ricche delle Marche. Espone alcune delle opere dipinte per la città fra Trecento e Seicento da artisti forestieri e da quelli della locale scuola pittorica che al principio del Quattrocento si impose come una delle più avanguardiste d’Europa. Si conservano qui capitoli fondamentali della storia dell’arte italiana come il polittico di Paolo Veneziano, capolavoro della pittura del trecento adriatico, una delle opere d’arte veneta penetrata più internamente nel territorio marchigiano, entrando in un’area già pienamente inserita nella temperie giottesca. Caposaldo delle umanissime verità di carne della pittura dei territori svezzati da Giotto è la Madonna dell’Umiltà del fabrianese Allegretto Nuzi, protagonista della scena artistica fiorentina allo svoltare della metà del XIV secolo. Ricchissima la raccolta della produzione dei fratelli Salimbeni, che in concomitanza al dominio della Signoria degli Smeducci della Scala, proposero da San Severino una versione del gotico fiorito meno azzimata e più vernacolare, immortalando nelle pareti delle chiese della città brani di vita quotidiana della San Severino medievale con un’imparagonabile vis comica al limite del buffonesco e spalleggiati da un frizzante bagaglio di invenzioni narrative. Fra le tante opere dei fratelli severinati, fondatori della scuola pittorica locale, spiccano il trittico datato anno 1400 (una primizia del nuovo corso dell’arte) e le storie di San Giovanni Evangelista, provenienti dal Duomo Antico al Castello. Fondamentali per lo sviluppo della scuola locale i due polittici quattrocenteschi arrivati in città dopo la metà del XV secolo, uno del veneziano Vittore Crivelli, fra le sue opere più impegnate e sovrabbondante di preziosità, particolarmente elaborato è anche l’intaglio della cornice, perfettamente integra, e l’altro del folignate Niccolò di Liberatore, che impone in questi scomparti tutto l’icastico pietismo del fare umbro. Considerata unanimemente dalla critica una delle più felici opere su tavola del pittore è la Madonna della Pace del Pinturicchio, immersa in un’atmosfera albacea di intenso lirismo, che evidenzia i talentuosi virtuosismi del periodo romano nel quale l’artista affrescò gli appartamenti Borgia in Vaticano e nel quale licenziò quest’opera per il severinate Liberato Franchi Bartelli, qui rappresentato. Degni di attenzione gli stalli dei Priori, intarsiati dai fratelli Acciaccaferri e separati da parte del coro del Duomo Antico, tuttora in loco, opera del loro celebre maestro, il severinate Domenico Indivini, che in città tenne bottega e realizzò i preziosi intarsi del coro della Basilica Superiore di San Francesco in Assisi.

Basilica di San Lorenzo in Doliolo

doliolo

È una delle chiese più antiche e suggestive della città, costruita probabilmente sui resti del tempio della Dea Feronia fra i quali si ritirò a vita eremitica il futuro Vescovo e poi Patrono della città Santo Severino nel VI secolo. L’appellativo “doliolo” deriverebbe dall’usanza, perpetrata nei secoli durante le festività dai monaci che qui abitavano, di offrire del vino al popolo nel “doliolum”, un otre. La chiesa, di imponente e massiccia fattura romanica, fu infatti abbazia benedettina urbana con decine e decine di giurisdizioni nel territorio. In cripta e in sagrestia, ex refettorio del monastero, si conservano moltissimi affreschi dei Salimbeni e della loro scuola. Di particolare rilievo, per il miglior stato di conservazione e per la felicità delle invenzioni, le storie di Sant’Andrea nella cripta e quelle di Sant’Eustachio in sagrestia, entrambe in un sorprendente monocromo seppia; purtroppo in gran parte perduto il monocromo verde dei due voltoni ogivali della sagrestia con storie dei dodici mesi, soggetto certamente adatto alla verve del linguaggio salimbeniano. Bizzarra anche la posizione della torre campanaria, sovrapposta alla facciata, e quindi torre-ingresso, perchè la presenza delle pendici del colle sulla destra impedì altra soluzione; fu costruita al principio del XIV secolo con fattura tipica delle numerose torri che vennero erette in quel secolo a San Severino (oltre a questa, San Domenico, Sant’Agostino e Duomo Antico): un corpo tozzo, senza guglia, spezzato da una teoria di archetti pensili a centina con una bifora in ogni faccia inscritta in un’arcata cieca nel cui pennacchio si apre un oculo. Quest’uniformità architettonica è dovuta alla massiccia attività in quegli anni a San Severino di maestri comacini, forse chiamati dalla signoria smeduccesca.

Zona Monumentale di Castello al Monte due torri

Sulla sommità del Montenero si trovano i simboli del potere medievale, ancor oggi simboli della città. Sul Piazzale degli Smeducci, si affaccia la Torre del Comune, poi detta degli Smeducci, costruita nel XIII secolo e sulla quale è murato il bassorilievo del Leone Passante ghibellino, fazione alla quale aderì San Severino, in perenne lotta con la guelfa Camerino. Più in alto, un altro bassorilievo, molto controverso: potrebbe rappresentare la scala dello stemma smeduccesco, ma la tradizione vi riconosce la raffigurazione di un morso di cavallo fatta apporre dagli Smeducci, al ritorno da una delle tante cacciate che subirono, per dimostrare che da allora in avanti avrebbero tenuto la città come si fa con i cavalli. A destra della torre si erge un lungo muraglione quadrilatero in parte con maestose arcate cieche gotiche che cinge il giardino del monastero di clausura di Santa Chiara. È ciò che resta dell’antico Palazzo Consolare, poi della Signoria, andato completamente in rovina.

Sul lato opposto si trova il Duomo Antico, che conserva le spoglie del patrono Santo Severino che secondo una leggenda vennero trasportate qui dal sepolcro di Septempeda dopo le devastazioni barbariche grazie a prodigiosi miracoli. L’edificio risale al primo millennio e ciò è testimoniato dalle cospicue stratificazioni murarie. La facciata venne riedificata nei primi anni del XIV secolo seguendo il gusto lombardo importato dai maestri comacini. Sulla sinistra si erge la torre nell’ormai consueta fattura severinate. All’interno, rimaneggiato nel settecento, oltre ad un preziosissimo organo di Denis Plouvier, lo splendido coro ligneo intarsiato da Domenico Indivini alla fine del Quattrocento, suo capolavoro accanto a quello assisiate. A sinistra della chiesa l’Episcopio conserva il monumentale chiostro, ristrutturato alla fine del Quattrocento dal Priore Liberato Franchi Bartelli, committente della Madonna della Pace del Pinturicchio. All’interno del palazzo si espone la ricchissima collezione archeologica della città costituita da reperti riferibili continuativamente dal paleolitico fino alla florida stagione romana di Septempeda. Nella sezione picena si conservano i corredi funerari delle necropoli del Monte Penna, di Ponte di Pitino e di Fustellano, costituiti da alcune fra le più raffinate testimonianze di questa civiltà.
 

Chiostro di San Domenico

sandominico

San Domenico sorge al di fuori della cerchia muraria di San Severino. Fu costruita sul principio del trecento nel luogo della preesistente chiesa di Santa Maria del Mercato. La posizione extramuraria obbligò alla fortificazione del complesso, cosa che determinò la ripetuta occupazione del convento, usato come fortezza rivolta contro la città, da parte delle truppe dei camerti e dei Rettori della Marca. I danni delle guerre costrinsero nel seicento a rimodernare la chiesa che conserva all’interno della torre campanaria splendidi affreschi tardotrecenteschi e nella sagrestia, ricavata dalla mozzatura di una torre campanaria gemella, brani di affreschi dei Salimbeni e di Pietro da Rimini. Nell’abside superba pala di Bernardino di Mariotto, erede perugino della scuola pittorica locale ad inizio cinquecento. Il convento conserva ancora le celle dei frati, il refettorio e gli altri ambienti originari. Di straordinaria monumentalità il chiostro, il più imponente e spettacolare della città, con lunette dipinte nel seicento con storie della vita del Santo.

 

Santuario di Santa Maria del Glorioso.

Glorioso

Sorge a circa 1 chilometro dalla città. Venne costruito all’inizio del Cinquecento su progetto dell’architetto Rocco da Vicenza quando scoppiò la religiosità popolare verso una statua della Madonna in Pietà da molti vista lacrimare. Il sito divenne subito un’importante tappa del pellegrinaggio da Roma a Loreto. Stupisce per la nobiltà architettonica imposta alla dimensione squisitamente campestre del luogo. L’esterno è dominato dalla monumentale cupola rivestita in piombo nel settecento. L’interno rispecchia fedelmente il progetto originale con le membrature in pietra di gesso che scandiscono elastici volumi puri. Fra Cinque e Seicento le famiglie nobili e le confraternite della città gareggiarono nella decorazione delle cappelle che qui avevano in giuspatronato. Recenti restauri hanno riportato alla luce gli affreschi, in ottimo stato di conservazione, eseguiti durante la prima campagna decorativa del tempio. Particolarmente suggestivi i contenuti iconografici di molte di queste opere come la Madonna del Soccorso, il Sant’Antonio Abate o il Sant’Isidoro, che rivelano una religiosità popolare ed ingenua. All’interno del sacello sotto la cupolaè conservato il Vesperbaild piangente, sopra di esso una statua del Cristo Risorto, cioè Glorioso, che contribuì a cambiare l’appellativo del santuario mariano da Grilluso o Grilloluso ( in dialetto:“dove ci sono molti grilli”) in Santa Maria del Glorioso.

Glorioso

Chiesa della Maestà di Parolito

parolito

La chiesa, di origine votiva, venne costruita nel secondo Quattrocento sul luogo dove sorgeva un’edicola con la Maestà in località Parolito, nel contado della città. Il piccolo tempio conserva splendidi affreschi votivi di Lorenzo D’Alessandro, il maggior autore della scuola pittorica severinate dopo i fratelli Salimbeni. Le immagini di Parolito sono icone dall’alto valore lirico che rivelano accanto a influenze pierfrancescane, che impregnano di luce abbagliante le forme, tutta l’innata fragranza senza tempo del pennello di Lorenzo D’Alessandro.

parolito
Grazie per la visita all’hotel Due Torri
Valid XHTML 1.0 Transitional website development in Italian and English